“LIBERI di **NON SCEGLIERE”

Un vecchio scritto –  del 1995 -, ben dieci anni fa.

Il titolo del file è “LIBER” ed è parzialmente corretto, e, soprattutto, ridotto di dimensioni a soli due capitoli rispetto alla sua  forma originale, come “illo tempore” poi effettivamente pensata.

LIBER

 

 

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5 thoughts on ““LIBERI di **NON SCEGLIERE”

  1. andrea says:

    L’altro giorno mi è successa una cosa un po’ buffa, parlando con un mio amico gli dicevo di quanto fosse
    pazzesco e ridicolo il fatto che nel 2016 ancora c’è chi pensa che l’uomo non derivi dalla scimmia, quando lo
    sanno tutti che è qualcosa di provato scientificamente. Al che però il mio amico mi interruppe e mi disse.
    – Caro capisco cosa intendi ma mi vedo costretto ad interromperti perché trovo tu abbia detto
    un’imprecisione: la forza di gravità è provata scientificamente?
    – Ma certo e come potrebbe essere altrimenti – risposi io
    – Non potrebbe in alcun modo infatti – mi confermò, aggiungendo però – ciò che è sicuro e provato
    viene chiamato in maniera diversa da ciò che non è provato infatti nel primo caso si usa la parola
    LEGGE come nel caso della gravità appena citato, nel secondo caso si utilizza la parola TEORIA mi
    segui?
    – Ti seguo – risposi io – e mi pare che effettivamente esista questa differenza fra ciò che è dimostrato
    e ciò che è solo ipotetico.
    – E quando tu parli dell’evoluzione – ribatté lui – quale parola utilizzi per descriverla, la chiami legge
    dell’evoluzione o teoria?
    – Beh effettivamente ora che mi ci fai pensare la chiamo teoria.
    – Ma la teoria – mi domandò – è qualcosa di provato o qualcosa che per quanto verosimile possa
    essere lascia sempre spazio al dubbio?
    – In base a quanto detto prima è qualcosa che lascia spazio al dubbio altrimenti si chiamerebbe legge
    come quella di gravità, oppure le tre leggi fondamentali della termodinamica e così via.
    – E allora – mi disse – perché ti animi così tanto e ti scagli contro chi mette in dubbio questa che gli
    stessi scienziati, molto più sapienti di te in scienza, chiamano teoria e non legge? Sai forse tu più
    degli scienziati?
    Al che dovetti ammettere che no non ne sapevo più degli scienziati, anzi ne sapevo molto meno, e che
    in effetti la mia animosità nei confronti di chi mette in dubbio l’evoluzione è eccessiva, e che io reagisco
    come se mettesse in dubbio una legge e non appunto una semplice teoria. Però ricordo anche che dissi:
    – Il fatto caro amico è che quelli che negano l’evoluzione nel mio immaginario sono gente che si
    avvale del testo biblico interpretandolo alla lettera e mostrano spesso di non voler utilizzare
    l’intelligenza ed il ragionamento, fra tutti mi vengono in mente i testimoni di Geova che sono chiusi
    e avversi a qualsiasi forma di ragionamento e di messa in dubbio delle loro idee, ora fra questi e gli
    evoluzionisti, gli ultimi mi sembrano avere più buon senso ed utilizzare meglio l’intelligenza e quindi
    mi paiono più affidabili, per questo associo chi mette in dubbio l’evoluzione ad una persona che usa
    poco il cervello, e forse sono caduto vittima di un luogo comune – dissi dispiaciuto.
    Ma al che lui mi rincuorò dicendomi:
    – Non preoccuparti troppo di questo perché il senso di colpa non ti aiuterà a trovare la verità, ma
    impegniamoci assieme a cercare, per quelli che sono in nostri mezzi, quale sia la soluzione a questo
    dilemma. Tu dici infatti che l’evoluzione è qualcosa di ormai assodato e nel 2016 è assurdo che vi
    sia ancora chi non l’approva. Ma io non è che sia molto esperto di questa teoria e quindi ti prego di
    aiutarmi a impararla meglio. L’evoluzionismo non si basa forse sull’ipotesi che da organismi meno
    complessi derivino organismi gradualmente sempre più complessi?
    – Certamente – risposi.
    – E secondo l’evoluzionismo – continuò – gli organismi hanno in sé gli strumenti per evolversi o
    questo processo deve essere aiutato da un qualche intervento, diciamo così, divino?
    – Oh no! hanno in sé tutto ciò di cui necessitano ed in base all’habitat in cui vivono sviluppano maggiormente una propria qualità rispetto ad altre.
    – Grazie – mi disse – adesso infatti capisco meglio la questione, con il tempo, mi pare di capire, sviluppando sempre più caratteristiche, questi organismi aumentano in complessità e raffinatezza biologica, è questo che dice la teoria?
    – Esatto è proprio così infatti, almeno per come l’hanno insegnata a me.
    Il mio amico però non sembrava molto convinto e, dopo un momento di riflessione, aggiunse:
    – Però c’è ancora qualcosa che mi lascia perplesso, se ti dessi un segmento AB e ti dicessi di generare partendo da questo un segmento AC ad AB superiore in lunghezza tu che faresti?
    – Prenderei squadra e matita e allungherei Il segmento AB, partendo da B, fino al punto C.
    – No caro – rispose – forse mi sono spiegato male io, ti chiedevo di allungarlo partendo da sé stesso come sostieni che fanno gli organismi che da più semplici diventano più complessi da sé stessi senza alcun intervento divino come si era convenuto. Se l’allungassi con squadra e matita ti porresti nei confronti del segmento come un dio nei confronti della creatura che va a modificarne la natura dall’esterno. Capisci cosa intendo?
    – Mi pare di si – gli dissi – mi stai chiedendo se è possibile allungare il segmento AB senza alcun ausilio esterno e quindi di allungarlo partendo semplicemente da sé stesso, ma questo che mi chiedi mi pare impossibile, infatti in sé il segmento non può diventare più di ciò che è senza che gli venga aggiunto qualcosa, senza il mio aiuto con l’ausilio di matita e squadra non saprei proprio come possa allungarsi.
    – Ma forse – mi disse con tono incoraggiante – tu pensi che sia impossibile perché sei mosso dalla fretta, mi ero scordato di specificare che hai a disposizione tutto il tempo che desideri; quindi mantieni la calma mio giovane amico e fatta questa precisazione ti rinnovo la domanda: prendendoti tutto il tempo che ritieni opportuno, potresti riuscire a far si che il segmento AB, partendo semplicemente da sé e con i propri mezzi, si allunghi fino a divenire AC?
    – Il problema – ribattei – è che non mi pare sia una questione di tempo la causa della mia impossibilità, ma il fatto di non saper proprio come ricavare dal segmento qualcosa che ne superi i suoi limiti, cioè voglio dire come faccio a ricavare da qualcosa di minore qualcosa di maggiore?
    – E lo chiedi a me? – rispose sorpreso – io sono dei due quello che ne sa meno, tant’è vero che ti chiesi di aiutarmi ad imparare perché, io ti dissi già in partenza, che sull’evoluzione, non ne sapevo molto, tu, da parte tua, accettasti di aiutarmi, in più ricordo bene che prima dicevi che era pazzesco che nel 2016 ancora c’era chi negasse l’evoluzione, come se appunto, fosse qualcosa di molto evidente e difficilmente confutabile, quindi sta a te rispondere a questa domanda la quale , fra l’altro, mi pare sia uno dei cardini dell’evoluzione, come può qualcosa di inferiore partendo da sé stesso e solo da sé diventare superiore a ciò che è?
    – Sconsolato dissi – non credo di saper rispondere caro amico, prima davo per scontato che l’evoluzione fosse palese ed evidente ma adesso mi rendo conto che anche io alle prime difficoltà sulla questione resto confuso e non so superare questi ostacoli che ora tu mi poni, infatti più ci penso e più mi pare inverosimile che l’inferiore, partendo semplicemente da sé, possa in qualche modo generare il superiore, avesse a disposizione anche milioni di anni… però, proprio ora, mi sovviene forse un esempio che forse può aiutarmi a difendere la posizione evoluzionista. Come l’inferiore, partendo da sé, possa generare il superiore questo io lo ignoro e posta in questi termini la questione non so che rispondere, però pensando ad un bambino che diventa adulto ecco che trovo un esempio concreto che sembra smentire quanto si diceva, infatti il bambino è inferiore all’adulto in quanto a dimensioni, forza, intelligenza e così via, però è evidente che dal bambino si
    genera l’adulto in una sorta di processo evolutivo: dalle minori dimensioni del primo si passa alle maggiori del secondo, dalla minor forza alla maggiore, dalla minor intelligenza alla maggiore e così via mostrando così che sì dall’inferiore è possibile generare il superiore.
    Al mio amico allora si illuminarono gl’occhi e sorridendo disse:
    – Molto bene, visto che sei giovane però esercitati, impegnandoti a fondo in quell’attività che può sembrare inutile e che i più considerano puro gioco di parole, altrimenti la verità ti sfuggirà.
    Tornando alla nostra questione invece, sembra proprio che questo esempio del bambino e dell’uomo vada a contraddire ciò che si pensava: cioè che dall’inferiore non possa generarsi il superiore, però mi sembra che questo esempio risolva solo parzialmente la questione e ancora non dimostri l’evoluzione.
    – Cosa intendi dire – chiesi perplesso?
    – Mi spiego meglio – ribatté – il bambino non ha forse in sé già tutte le potenzialità che saranno portate a piena maturazione nell’uomo?
    – Ovviamente.
    – Quindi questa sua evoluzione non sarà altro che un portare a compimento le proprie possibilità, trasformandole da potenza ad atto.
    – Certamente.
    – E potrà mai sviluppare in sé una qualche qualità che non possiede? Mi spiego meglio – aggiunse – può un bambino crescendo arrugginire?
    – Certo che no – risposi divertito.
    – Perché?
    – Perché arrugginire non è una possibilità umana.
    – E fare la muffa?
    – Neanche questo – risposi ancora più divertito.
    – Allora l’uomo potrà sviluppare solo possibilità dell’ambito umano sia che siano potenzialità consuete o anomale, come ad esempio l’albinismo, oppure pensi sia possibile che sviluppi possibilità non umane, come appunto muffa e ruggine?
    – No certo che non può.
    – Ma un pezzo di ferro può arrugginire – ribatté.
    – Certamente
    – E può diventare albino?
    – Il ferro?! – risposi molto divertito – no non può diventare albino perché il presupposto per l’albinismo è che sia un animale o quantomeno un essere vivente.
    – Ma allora – mi fece notare – non tutte le possibilità possono svilupparsi nel medesimo essere ma solo quelle conformi alla sua specie.
    – Sembrerebbe.
    – Ed una vipera crescendo potrà quindi sviluppare potenzialità consuete, o anomale, estranee alla sua specie, o solo quelle previste dalla sua specie? Mi spiego meglio, potrà mai una vipera diventare crescendo un animale a sangue caldo?
    – No certo che non potrà.
    – Perché? Forse perché il sangue freddo è una caratteristica vincolante la vipera dalla quale ciò che è vipera non può prescindere?
    – È proprio questo.
    – Ecco che allora ci appare chiaro che ogni essere può manifestare possibilità ordinarie, o eccezionali, proprie però sempre alla sua specie. E mai quindi si avrà una vipera a sangue caldo, un uomo che faccia la ruggine o un pezzo di ferro affetto da albinismo.
    – Appare evidente.
    – Quindi – aggiunse – per avvalorare la tesi evoluzionista adesso mio caro devi dimostrare come tutte le possibilità che si attuano nell’uomo siano anche nella scimmia perché altrimenti, in base a quel che si è appena detto, se queste possibilità non fossero già presenti non potrebbero manifestarsi; infondo sai bene che quando non c’è la possibilità di qualcosa questa cosa viene negata, ad esempio quando qualcosa non può essere vinto in alcun modo si dice essere invincibile, allo stesso modo quando qualcosa non può essere possibile com’è che si dirà?
    – Impossibile – risposi.
    – Quindi – aggiunse – se la scimmia non avrà una determinata possibilità risulterà impossibile che la manifesti.
    – Ti seguo.
    – Allora adesso devi, analizzando la scimmia e l’uomo, dimostrare come essi abbiamo le stesse possibilità di manifestazione così che nessuno potrà negare il fatto che sì, è possibile che dalla scimmia si generi l’uomo, perché in essa ci sono le possibilità umane.
    – Beh – risposi – uomo e scimmia mi sembrano simili in molti aspetti ma a quanto ho capito basta che risulti che l’uomo abbia una possibilità che non è presente nella scimmia e l’evoluzione sarebbe impossibile.
    – Esattamente – mi rispose – ed io se devo essere sincero vedo già una differenza non da poco.
    – E quale?
    – L’uomo al contrario di tutti gli altri animali, scimmie comprese, può parlare, e guarda bene, con parlare non intendo comunicare con versi le proprie sensazioni, come quando si urla di dolore, si geme di tristezza o si mugugna di rabbia, col parlare intendo il tradurre concetti astratti in parole sensate, caratteristica appunto propria del linguaggio. Oltre a questo mi viene anche in mente che l’uomo è l’unico animale a costruire non solo case per sé ma anche per gli dei ed in tutte le società umane di tutto il mondo c’è un culto degli dei che le scimmie non mi pare proprio possiedano, ed ancora l’uomo è capace di produrre opere d’arte, che tu sappia le scimmie dipingono, scolpiscono o compongono musica?
    – No non mi pare.
    – Questo perché – disse – per creare arte è necessario il senso del bello che è qualcosa di astratto ed intuitivo, lo stesso vale per il linguaggio e per i culti religiosi: tutte queste facoltà implicano, come loro causa, la capacità di un pensiero astratto ed intuitivo; ma ancora si potrebbe aggiungere che questa facoltà è necessaria per lo studio della geometria e della matematica.
    – Si certo – risposi – sembra effettivamente che tutte queste capacità umane abbiano alla loro radice l’intelligenza astratta.
    – Ma allora – rispose lui – pare che abbiamo trovato una differenza molto forte e marcata fra uomo e scimmia; fra l’altro senza volerlo siamo giunti sull’uomo a conclusioni molto simili a quelle di Aristotele.
    – E quali sarebbero – chiesi io molto incuriosito.
    – Vedi caro, Aristotele sosteneva che l’uomo è un animale dotato di “logos” e che la sua felicità sta nel manifestare questa sua possibilità intrinseca.
    – Ma che cos’è il “logos”.
    – Ottima domanda – esclamò – diciamo che il logos è quella capacità di tradurre e manifestare i parametri astratti della misura, dell’armonia, della proporzione, della giustizia e della bellezza nei
    vari contesti specifici del mondo, ad esempio nella musica, nell’architettura, nella medicina, nella costituzione sociale e così via. Insomma qualcosa di molto simile a ciò che notavamo noi quando prima si parlava di intelligenza astratta.
    – Sì è vero! E’ proprio questa la caratteristica fondamentale dell’uomo! – risposi entusiasta.
    – E ti pare che le scimmie – proseguì – riescano a manifestare ciò che ora si è chiamato “logos”?
    – Beh – risposi – mi pare di no, credo che le scimmie non abbiano in sé la possibilità di ciò che ora si è definito come “logos”, altrimenti avrebbero utilizzato la matematica e la geometria, composto arte e norme giuridiche prima dell’uomo, mentre non lo fanno neppure ora che lo vedono fare a lui.
    – Ma – mi incalzò – se la scimmia non ha in sé questa possibilità potrà mai manifestarla? Molto semplicemente ti chiedo potrà manifestare ciò che in lei risulta impossibile?
    – Certo che no.
    – Ed allora dato che la facoltà principale dell’uomo è il logos e la scimmia non la possiede nessuna scimmia potrà mai essere uomo, come nessun uomo potrà mai arrugginire, non trovi?
    – Eh si – risposi – arrivati a questo punto pare anche a me. Il fatto è che nessuno mi aveva mai posto la questione in questi termini, ma sempre tutti litigano avvalendosi di prove biologiche, zoologiche, geologiche e controprove di questo genere, così che uno deve avere una grande preparazione in questi campi per giungere a qualche conclusione e a volte neppure questo basta. Nessuno mi aveva mai posto la questione con l’utilizzo di concetti più astratti come: superiore, inferiore, possibilità, impossibilità e così via; questo per me è un nuovo modo di ragionare e sembra effettivamente portare a conclusioni più interessanti.
    – Bene – rispose sorridente – allenati dunque ad indagare la verità col metodo logico tenendo però sempre presente i limiti di questo metodo, altrimenti c’è il rischio che tu faccia la fine di Icaro.
    – Icaro? E chi è?
    – Era un cretese dei tempi antichi e l’ho citato perché mi pare che fin qui la sua storia assomigli alla nostra. Infatti devi sapere che come noi inizialmente ci trovavamo smarriti nel confuso mondo delle apparenze, così Icaro si trovò smarrito nel gigantesco labirinto dell’isola di Creta assieme a suo padre Dedalo. Questi però riuscirono ad uscirne fabbricando delle ali che poi si incollarono alla schiena con la cera, analogamente noi siamo usciti dalla questione smettendo di analizzarla in maniera puramente materiale ma introducendo come dicevi tu idee astratte, così facendo, come quei due, anche noi abbiamo messo le ali e siamo volati fuori da questo nostro labirinto, ed abbiamo imboccato senza alcun dubbio la via d’uscita più conveniente. Devi sapere però che Icaro, non rendendosi ben conto del mezzo utilizzato, fece qualcosa di eccessivo, cercò di raggiungere il Sole, ma le sue ali non erano adatte all’impresa ed, avvicinandosi all’astro, il forte calore fuse la cera, le ali si scollarono ed Icaro precipitò. Ora caro, ti invito a non ripetere l’errore di Icaro e ad utilizzare questo strumento della logica per volare nei limiti che a questo convengono, i quali sono senza alcun dubbio vasti quanto il cielo, ma non cercare di prevaricarli e raggiungere ciò che noi potremmo chiamare Sole con essa perché finiresti col precipitare.
    – Terrò a mente il tuo consiglio e da ora in poi applicherò questo metodo per giungere a capo di molte questioni, grazie amico… sai però che proprio ora mi è successa una cosa buffa? Prima, mentre si discuteva ero persuaso del fatto che l’uomo manifesta possibilità che la scimmia è impossibilitata a manifestare, e mi è tutt’ora chiaro il fatto che se una possibilità non si ha non si può tirar fuori dal nulla perché il nulla non ha altro in sé che il nulla; per tornare all’esempio che avevamo fatto prima mi pare chiaro che l’essere umano non può arrugginire, e non è una questione di tempo ma è proprio la mancanza di questa possibilità in sé che non glie lo permette. Però nel caso della scimmia, forse per la sua grande somiglianza con l’uomo, mi sorgono dei dubbi e mi domando: non è che la scimmia ha in sé effettivamente le medesime possibilità dell’uomo, e che le
    esprime ma non riesce ad esprimerle quanto l’uomo, a causa di una intelligenza quantitativamente ridotta ma avente in sé le stesse possibilità? Infatti ci sono molti studi sul linguaggio delle scimmie le quali, devi sapere, utilizzano versi vocali differenti per comunicarsi quando un ramo sta per cadere, quando un leopardo sta per attaccarle e così via; quindi alla fine si potrebbe dire che in un certo qual modo sono in grado di “parlare” e se hanno in sé questa possibilità allora potranno manifestarla, come in effetti sembra facciano, e lo stesso vale per tutte le altre facoltà di cui prima si parlava, che magari la scimmia possiede ma le manifesta in minima parte e noi, ritenendole ben poca cosa, non le prendiamo in considerazione, ma questo non vuol dire che non ci siano.
    – Capisco la domanda – rispose l’amico mio – e credo che un’indagine più approfondita sull’intelligenza sia necessaria per verificare se effettivamente le cose stanno, come tu dici, o come c’era parso poco fa. Prima d’incominciare però, trovo che sia necessario che ti spieghi il mezzo dell’indagine di cui ci avvarremo. Devi sapere, mio caro, che gli antichi ci hanno lasciato una tradizione e che questa vede all’origine del mondo due principi opposti e complementari: uno unitario ed uno duale; quello unitario, per capirci fra noi, potremmo chiamarlo “qualitativo”, visto che tende ad unificare molteplici esseri sotto un’unica qualità, ad esempio la qualità di essere umano unifica in sé tutta la molteplicità di uomini e donne che esistono. Mi segui?
    – Ti seguo.
    – Bene e devi quindi sapere – proseguì – che la controparte duale la potremmo chiamare “quantitativa” e questa tende a manifestare i molteplici esseri ed è, appunto per le sue caratteristiche, duale e molteplice, essendo il due il primo dei molti. Tutto ciò che esiste quindi è frutto di questi due princìpi, a prova di questo porto il fatto che, a mio parere, nulla esiste che non abbia quantità, fosse questa anche “uno”, e attributi qualitativi. Disapprovi questa mia opinione?
    – No anzi – dissi – non solo non disapprovo ma penso che questa non sia solo la tua opinione, anche a me appare infatti che le cose stiano così.
    – A questo punto, compreso che: tutto ciò che è ha in sé qualità e quantità, potremmo avvalerci di questo per la nostra indagine.
    – E come?
    – Abbiamo detto – rispose – che “qualitativo” è un attributo del principio che altrimenti possiamo chiamare unitario?
    – Sì – risposi incuriosito.
    – E abbiamo anche sostenuto che “quantitativo” è un attributo del principio definito da noi come duale?
    Anche a questa domanda risposi in maniera affermativa.
    – Quindi – proseguì – se io dio: “Tutto ciò che esiste ha in sé qualità è quantità” sto affermando anche che: “Tutto ciò che esiste ha in sé unità e dualità”?
    – Sì, stando a quanto appena detto.
    – Questa conoscenza sono sicuro – aggiunse – si rivelerà molto utile per la nostra ricerca
    – In che modo – chiesi?
    – Partendo da ciò che si è appena concordato – mi rispose – cioè che l’essere ha in sé unità e dualità, dico che tutti gl’esseri hanno in sé la possibilità di essere raggruppati in un essere unitario che li contiene o essere spezzati in due parti per vedere ciò che contengono a loro volta, e questo metodo è molto utile quando non si sa bene collocare o definire qualcosa. Ci si muove verso l’alto quando si cerca un essere che tende ad unificare, verso il basso quando dividendo si cerca un essere che sia invece più specifico. Noi adesso ci poniamo di indagare cosa sia l’intelligenza e quindi
    ti chiedo: secondo te per la nostra indagine quale metodo dobbiamo seguire? Quello che va verso il basso tramite la divisione o quello che va verso l’alto tramite la sintesi?
    – Dopo aver riflettuto un po’ risposi – Se ho capito bene quel che si è detto, credo che dovremmo procedere verso il basso ed indagare le parti in cui si può scomporre l’intelligenza.
    – Eccellente mio giovane amico – disse lui con tono compiaciuto – hai capito magnificamente ciò che intendevo. Bene, quindi senza alcun indugio procediamo, già credo di vedere le due che compongono l’intelligenza: l’intelligenza pratica, che si occupa del mondo sensibile, e l’intelligenza astratta che si occupa di ciò che è sovrasensibile tu che ne dici?
    – In effetti potrebbe essere – risposi – ma continua e forse quel che dici mi apparirà più chiaro.
    – Se abbiamo diviso adeguatamente l’intelligenza – mi disse – sarà facile da verificare, infatti come le parti di una mela divisa in due se unificate restituiscono l’intera mela, così, se la divisione è stata fatta correttamente, le due parti dell’intelligenza da noi trovate riunificate ci ridaranno l’intelligenza tutta. Pensi tu dunque che manchi qualcosa all’intelligenza se noi riunifichiamo in un unico essere l’intelligenza astratta e quella pratica?
    – Dopo un momento di riflessione risposi – No amico, non mi pare manchi nulla.
    – Quindi la nostra divisione è avvenuta correttamente e non abbiamo lasciato nessun pezzo dell’intelligenza “per strada” ma, anche se divisa in due parti, è ancora tutta qui con noi. Bene! Constatato che tutto è andato in maniera conveniente, procediamo con la ricerca. Tu sostenevi, se non ricordo male, che le scimmie si avvertono fra di loro quando sta per cascare un ramo o un predatore le sta per aggredire.
    – Si – risposi – o quanto meno è quel che ho letto da qualche parte, sempre che la fonte sia attendibile.
    – Poniamo dunque che lo sia – rispose – secondo te questo comportamento manifesta la presenza di un’intelligenza pratica o astratta?
    – Credo più pratica caro amico.
    – Allora vediamo di approfondire la ricerca in questa parte dell’intelligenza, mettendo per ora da parte l’intelligenza astratta. Mi pare che l’intelligenza da noi definita “pratica” sia soggetta ad un’ulteriore divisione, infatti mi pare che ve ne sia una parte che agisce nel mondo sensibile. in base a ciò che ha imparato con i sensi, ed una che agisce, nel mondo sensibile, in base a ciò che ha imparato utilizzando l’intelletto astratto. Per spiegarmi meglio dico che: la prima parte dell’intelligenza, partendo da esperienze sensoriali impresse nella memoria, se ne serve per agire nella maniera più utile e conveniente nel mondo sensibile; la seconda invece ricava le proprie informazioni, partendo da ciò che ha appreso rivolgendosi al mondo sovrasensibile, del quale ha fatto esperienza tramite l’intelletto astratto. Per fare degli esempi pratici, la parte dell’intelligenza pratica che si occupa del sensibile partendo dai sensi, ci porterà a non mangiare più ciò che abbiamo notato avere un sapore sgradevole, ci farà stare in guardia quando sentiamo il ruggito di un leone e così via. Invece la parte d’intelligenza pratica che si occupa del sensibile partendo dall’intelletto astratto sarà quella parte che tradurrà in azione, nel mondo sensibile, ciò che è sovrasensibile. Quindi tradurrà i rapporti numerici aurei in rapporti dimensionali aurei, porterà le figure geometriche dal piano astratto a quello materiale tramite disegni e forme architettoniche, cercherà di tradurre idee astratte, come giustizia e temperanza ,in azioni: nelle scienze mediche, nella politica, nei rapporti sociali e così via. Quindi ora ti chiedo: secondo te, quali parti dell’intelligenza mostra di avere la scimmia, comunicando con le altre scimmie, quando sta cascando un ramo od un predatore si prepara ad attacare?
    – Sicuramente quella che si è detto essere una parte dell’intelligenza pratica e che, partendo da esperienze sensoriali, decide per l’azione più vantaggiosa.
    – Ma questa tua risposta non confuta ciò che s’era detto prima, anzi lo rafforza, infatti dopo questa divisione dell’intelligenza ci appare chiaro che quella che prima chiamavamo intelletto astratto non è quello che abbiamo definito “logos” ma è il suo presupposto infatti il logos, per come l’avevamo inteso, adesso ci appare evidente essere, quella parte dell’intelligenza pratica, che non parte da presupposti sensoriali, ma astratti e che quindi è come un ponte fra la sfera del sovrasensibile e del sensibile, portando in questa ciò che sta nell’altra. Ora, se non ricordo male, tu ti domandavi se fosse possibile, col progressivo aumento quantitativo dell’intelligenza della scimmia, che questa manifestasse tutte le facoltà, che prima s’erano dette proprie dell’uomo, e che quindi, effettivamente da questa si generasse quello.
    – Si – risposi – era questo che intendevo.
    – E questa tua domanda – aggiunse – se ho inteso bene partiva da due presupposti: il primo era che anche tu concordavi col fatto che una possibilità che non è presente in un determinato essere non potrà mai manifestarsi, dato che, appunto per definizione, questo è impossibile; col secondo presupposto invece, sostenevi che la scimmia avesse le facoltà che prima s’erano attribuite solo all’uomo e che, per limiti quantitativi d’intelletto, le manifestasse molto meno dell’uomo ed in maniera così primitiva da sembrare ben poca cosa sì, ma mostrando, di fatto, di avere quelle possibilità che prima le si erano precluse.
    – Esatto era proprio questo che sostenevo – confermai.
    – Ora – rispose – che qualcosa abbia la possibilità di aumentare in quantità, rispetto a quanta già ne possiede, partendo da sé e solo da sé, è un’ipotesi che andrebbe indagata meglio. Ma adesso abbiamo scelto un’altra via di ragionamento, quella che verte sulla qualità e non sulla quantità e quindi, almeno per ora, accantoneremo l’indagine quantitativa. Tornando quindi al nostro ragionamento, che ha scelto la via della verifica qualitativa, daremo per buono che la quantità di intelligenza di una scimmia può aumentare e quindi questa può manifestare con più evidenza le proprie potenzialità…
    – Si esatto – dissi – con un esempio pratico quel che sostengo è che: le potenzialità della scimmia sono le medesime dell’uomo ma che queste si trovano nel rapporto di una pozzanghera rispetto ad un lago e che quindi, com’è facile che all’occhio sfugga una pozzanghera accanto ad un lago, così passano inosservate le potenzialità manifestate dalla scimmia se queste vengono paragonate a quelle umane. Esse sostenevo sono uguali a quelle umane come l’acqua di una pozzanghera è la stessa di quella di un lago ma cambia notevolmente la quantità e questo trae in inganno.
    – Ma noi – riprese – abbiamo detto che porremo rimedio a questo aumentando a nostro piacimento la quantità d’intelligenza che la scimmia possiede, così da renderla uguale a quella dell’uomo e volendo anche superiore, per tornare al tuo esempio, rendendo la pozzanghera grande quanto il lago, se non maggiore. Quindi qual è la parte dell’intelligenza che in base agli esperimenti scientifici che hai riportato emerge avere la scimmia?
    – È la stessa che s’era detto prima.
    – Cioè? – mi chiese.
    – Quella parte dell’intelligenza pratica che s’era detto delibera in base all’esperienza sensoriale.
    – Bene quindi forniamo a questa tutta la grandezza che sarà necessaria per parificarla a quella umana, così che la scimmia potrà averne quanta ne possiede l’uomo. Avrà adesso la scimmia – mi chiese – un’intelligenza uguale a quella dell’uomo?
    – Per quanto riguarda quella parte dell’intelligenza pratica che delibera partendo dalla conoscenza sensoriale sì, ma questo non basta per farle ottenere l’intelligenza pratica che delibera dalla conoscenza astratta o, per dare alla scimmia, l’intelligenza astratta stessa.
    – E perché caro – mi chiese – pensi non sia sufficiente?
    – Beh – risposi – perché per ottenere le altre parti dell’intelligenza, il discorso non è più quantitativo ma qualitativo. Infatti, a me pare, che l’uomo possieda l’intelligenza in tutta la sua totalità, sia quella pratica che quella astratta, ma dagli esperimenti scientifici che avevo portato ad esempio non pare che la scimmia vada oltre l’intelligenza pratica vincolata alla conoscenza sensoriale. Prima pensavo che fosse tutto un discorso di quantità, ma ora che abbiamo diviso l’intelligenza ho visto come questa abbia più parti qualitativamente diverse, quindi capisco che non è un discorso di maggiore o minore quantità ma un discorso di differenze qualitative. In verità quell’intelligenza che ora si è attribuita alle scimmia mi pare avercela ogni animale, se pur in quantità differenti; ma l’uomo, oltre a quella, appare evidente possedere anche le altre parti. Adesso capisco che è proprio questo che intendevamo prima con “possibilità”, quando facevamo gli esempi della vipera che non può essere a sangue caldo, dell’uomo che non può arrugginire e così via: vi è un’impossibilità QUALITATIVA.
    – Quindi caro amico – continuò – se dalla scimmie si dovrà generare l’uomo, questa dovrà quantomeno avere le stesse possibilità qualitative dell’uomo, anche se meno sviluppate.
    – Questo – risposi – s’era già stabilito esser necessario.
    – Ma allora partendo dagl’esempi di comunicazione delle scimmie da te proposti – disse – è emerso che la scimmia manifesti le stesse qualità dell’uomo?
    – No semplicemente quella parte dell’intelligenza pratica che alla fine, come già detto, mi pare abbiano tutti gli animali anche se in quantità diverse.
    – Ma allora vedi che il presupposto necessario che s’era convenuto perché dalla scimmia si generi l’uomo non è ancora stato trovato? Infatti la scimmia non sembra avere tutte le possibilità che sono nell’uomo e s’era convenuto, se ricordi, che se una possibilità manca, non potrà generarsi dal nulla, ma dovrà essere necessariamente già presente, ancora però non si è trovato in quale modo le altre parti dell’intelligenza presenti nell’uomo siano presenti anche nella scimmia. Infatti, se questa avesse, le stesse capacità dell’uomo, anche in forma minima, dovrebbe capire ad esempio la geometria, con questo non intendo necessariamente figure complesse come l’icosaedro o il cubo, ma dovrebbe concepire quantomeno il punto e la linea che sono i presupposti minimi per la comprensione geometrica, come il presupposto minimo del parlare è poter esprimere un suono con la bocca. Se la scimmia non concepisse punto e linea non potrebbe concepire nulla della geometri essendo questi i requisiti minimi da possedere apriori. E a me pare proprio che, mentre l’uomo fin da bambino mostra di poter comprendere il punto, la linea e la relazione fra questi due, la scimmia proprio non riesca neppure quando è adulta e nel pieno delle sue forze, e questo è perfettamente coerente con quello che s’era detto prima. Infatti la comprensione della geometria è data dall’intelligenza astratta che c’è sembrato la scimmia non possieda. In più questa mancanza, da parte della scimmia, e di tutti gli altri animali, va secondo me a spiegare perché l’uomo sia l’unico animale che concepisce il divino e manifesta un culto degli dei.
    – Spiegati meglio – aggiunsi incuriosito – cosa intendi dire?
    – È opinione comune – rispose – che l’uomo abbia un culto degli dei perché dotato di una quantità maggiore d’intelligenza rispetto agl’altri animali, ed essendo quindi capace di porsi interrogativi più sofisticati come: Chi sono? Com’è fatto il mondo? Cosa c’è dopo la morte? Inventa delle divinità per rispondere a queste domande. Ma questa spiegazione, secondo me è frettoloso e superficiale: la prima parte di essa si è già dimostrato essere falsa, infatti parte dal presupposto che l’unica differenza fra intelligenza umana e animale sia quantitativa, invece noi si è dimostrato esistere anche differenze qualitative, quindi noi diremo che l’uomo concepisce gli dei sì perché dotato di maggiore intelligenza degli animali, ma maggiore sì per quantità ma soprattutto per qualità. In più il secondo presupposto di questa opinione comune è che possedere intelligenza sufficiente basti a
    porsi certe domande, io sostengo invece, che sì, è necessaria ma non sufficiente, infatti le domande hanno bisogno dell’intelligenza come base per essere sviluppate, ma non nascono da questa. A me pare che la domanda nasca, solo nel caso in cui, si desidera una risposta che non si ha: è il desiderio della risposta che fa nascere la domanda, la quale poi si manifesterà e si articolerà grazie all’intelligenza ma avrà come motore il desiderio. E dove c’è desiderio c’è Eros. Quindi io dico che causa delle domande è l’Eros e che queste servono a circoscrivere la zona di ricerca così che l’intelligenza, focalizzando tutte le proprie energie in un ambito definito, possa in fine trovare la risposta. E la forza che spinge a far questo è quello che veniva definito, nei tempi antichi, il dio dell’amore, e, come dice il Saggio, Eros tende sempre al Bene, e penso che valga la pena fidarsi di questa affermazione, prenderla per buona e vedere a quali sviluppi ci porti. Se Eros tende sempre al Bene tenderà sempre a ciò che è più buono?
    – Credo di sì – dissi.
    – Ed io penso che l’utile ed il conveniente siano dei beni, ecco perché Eros fa tendere tutti gli animali a questo, direzionandoli con l’ausilio del piacere e del dolore. Così da farli mangiare quando hanno fame, bere quando hanno sete, e così via spingendoli sempre nei loro comportamenti a ricercare l’azione più utile e vantaggiosa. L’uomo, oltre a perseguire queste forme di bene, però viene spinto da Eros a perseguire anche la Verità e la desidera più di ogni altra cosa; ecco che allora dietro a domande come: Chi sono?, Com’è fatto il mondo? e Cosa c’è dopo la morte? Sempre appare evidente uno ed un solo desiderio soltanto: quello di conoscere la verità…
    – È vero – lo interruppi – anche se sono domande differenti di fondo sono sempre mosse dallo stesso desiderio che è appunto il voler conoscere la verità.
    – Ed allora ti chiedo quale secondo te fra Utilità e Verità è un bene maggiore.
    – Ma certamente la Verità, che se solo l’avessi, tutta e completa, sarei l’uomo più felice del mondo campassi anche di stenti, ma penso che non solo io ma tutti gl’uomini la desiderino, e che molti spesso non lo danno a vedere non perché non interessati ma perché rassegnati, vedendola come qualcosa di irraggiungibile o troppo complesso e misterioso.
    – Dalla tua risposta – aggiunse l’amico mio – mi pare che la pensi allo stesso modo se paragoniamo la Verità e la Convenienza.
    – Ma certo anche in questo caso la Verità sarebbe un bene più desiderabile.
    – Allora ti chiedo – disse – non s’era forse detto che l’eros è presente dovunque ci sia desiderio?
    – S’era detto – confermai.
    – E negl’animali e nell’uomo c’è desiderio?
    – Certamente.
    – Quindi c’è Eros?
    – A questo punto appare logico.
    – E non s’era anche convenuto che Eros tende sempre al Bene?
    – È vero.
    – E quindi – aggiunse – preferirà tendere a ciò che è più buono o a ciò che è meno buono?
    – Ovviamente a ciò che è più buono – risposi.
    – E fra Utilità, Convenienza e Verità non s’era detto essere quest’ultima la più buona e desiderabile?
    – Certamente.
    – E quindi Eros, che tende sempre al Bene, tenderà ad ogni forma di bene e quindi anche all’Utilità, alla Convenienza e alla Verità ma avrà una maggior predilezione per questa trovandola, come dici tu, più desiderabile?
    – È esattamente così.
    – Ma allora caro – disse con tono interrogativo – perché non in tutti gli animali Eros tende verso la verità ma in tutti, tranne l’uomo, si ferma all’utile ed il conveniente?
    – Non saprei – dissi spiazzato e confuso.
    – La Verità è qualcosa di astratto o concreto? – chiese.
    – Di astratto, ovviamente – dissi.
    – Ed allora per conoscerla sarà necessaria una qualche parte dell’intelligenza astratta.
    – È necessario.
    – E non c’era parso che la scimmia e nessun’altro animale manifestasse mai questa intelligenza?
    – C’era parso – confermai.
    – Ed allora quale motivo può avere Eros per non cercare di ottenere anche negl’animali, oltre ad Utilità e Convenienza, anche la Verità che s’è detto essere fra questi il bene maggiore, se non il fatto che gli animali non hanno l’intelligenza astratta e quindi sono impossibilitati a qualsiasi slancio erotico verso il vero?
    – Parrebbe che la motivazione sia proprio questa caro amico – dissi dopo un attimo di riflessione.
    – Quindi questa assenza di desiderio e di slancio verso la verità, ci spinge a credere che non solo ancora nessun esperimento scientifico ha mostrato che la scimmia abbia le stesse possibilità dell’uomo, ma che questa mancanza di desiderio dì Verità mostri come essa non possieda proprio questa possibilità. E come già si è detto ciò che non è possibile è impossibile e quindi che la scimmia manifesti questa slancio verso la verità, necessario se vuole essere uomo, è impossibile.
    – Mi sembra che il tuo ragionamento abbia senso! – Dissi entusiasta.
    – Terzo punto fallace dell’opinione dei più è, mi pare, il dare per scontato che dal porsi la domanda si ottenga la risposta. Certo gli Dei l’uomo non può inventarli dal nulla visto che, è ovvio ed evidente, che il nulla genera il nulla ed è negazione dell’essere, mentre la risposta ad una domanda è, ed anche il suo contenuto è, quindi gli Dei, se l’uomo li cerca e li trova per rispondere a certe domande, necessariamente sono, quindi non vengono inventati dal nulla, come i più credono, ma sono presenti nell’essere. Chiarito questo quindi, nell’opinione comune, l’uomo li troverebbe e li vedrebbe per il semplice fatto di essersi posto la domanda, come se il porsi le domande fosse già sufficiente di per sé per trovare le risposte. Se questo fosse vero assai meno travagliata si rivelerebbe la continua ricerca dell’uomo negl’ambiti fisici e metafisici: infatti basterebbe porsi una domanda per ottenere la risposta. Secondo me invece la domanda, è il presupposto minimo per trovare la risposta perché, come s’era detto prima, delimita la zona di ricerca, ma questo ovviamente non basta. Pensi che ad un ceco basti chiedersi cos’è la luce ed il Sole per poterlo sapere?
    – Beh – risposi – non penso che potrebbe mai trovare risposta alla sua domanda se non può vedere. Infatti l’unico strumento per conoscere la luce ed il Sole è il vedere.
    – Esatto caro amico – mi rispose – l’unico modo per comprendere il Sole e la sua luce è vederlo con gli occhi, e sapresti dirmi perché?
    – Beh sinceramente no ma se tu lo sai – dissi molto incuriosito – sarei davvero felice d’impararlo da te.
    Al che egli disse:
    – sicuramente se gli occhi possono percepire la luce, e quindi il Sole, è per una qualche affinità con questa che evidentemente gli altri organi sensoriali non hanno; ogni senso umano, secondo quel che vado affermando, è affine in qualche modo a ciò che genera in lui la sensazione, insomma mi pare proprio che fra il senso e l’oggetto della sensazione ci sia un rapporto di amicizia, e per usare
    le parole degl’antichi saggi direi che Il simile attrae il simile. Per questa somiglianza quindi gli occhi vedono la luce.
    – Il tuo ragionamento mi pare molto interessante – dissi affascinato.
    – Quindi – proseguì lui – se è per affinità che si conoscono gl’esseri, affini con affini, l’uomo sarà l’unico animale che può conoscere gli dei non perché si faccia determinate domande, ma perché ha i mezzi per trovare le risposte, e questi mezzi, coerentemente col ragionamento appena fatto, sono una qualche somiglianza, affinità ed amicizia con gli dei stessi. Appare chiaro quindi, seguendo il procedimento logico, che l’uomo è l’unico animale simile agli dei e per questa sua affinità con essi riesce a vederli, come gl’occhi vedono il Sole. E anche noi andiamo quindi confermando le parole di Esiodo il quale sostiene che: gli dei sono uomini immortali e gl’uomini dei mortali, manifestando nella sua affermazione una fortissima affinità e somiglianza fra il dio e l’uomo.
    Io rimasi estasiato da questa conclusione che mi sembrò di incredibile bellezza, e capii che questo profondo amore per questa visione del mondo mi era dato da Eros che sempre nell’uomo tende alla verità.

    Finale alternativo:
    – Ora si è fatto tardi – aggiunse lui – e penso che tu debba andare, ma un altro giorno mi spiegherai come, disponendo semplicemente di un secchio di vernice nera, si possa da questo ricavare vernice bianca.
    – Sorpreso risposi – ma non è possibile in alcun modo caro amico; perché mi poni questa strana domanda?
    – Perché – rispose – non riesco proprio a capire come agl’albori della terra dalla non vita si sia generata la vita, senza l’aiuto di una possibilità metafisica di questa in quella.
    In più mi riterrei onorato se tu, mio acuto amico, mi spiegassi come, tramite innumerevoli modificazioni graduali, si sia arrivati all’Uomo Sapiens partendo dalla Scimmia dato che solo fra la Scimmia e l’Ominide a me pare intercorrano un indefinito numero di modificazioni, che rendono questo passaggio impossibile se si esclude la possibilità di manifestazione di modelli metafisici di scimmia, ominide e così via, come fra l’uno ed il due vi è un insormontabile quantità di decimali che rendono impossibile il passaggio fluido e graduale dall’uno all’altro.
    A questo punto non sapendo proprio cosa rispondere approfittai di quanto aveva detto precedentemente e dissi:
    – Te lo spiegherò un altro giorno amico adesso, come tu dicevi, si è proprio fatto tardi!
    E me ne andai.

  2. Grazie dell’interessnate Commento.

    • andrea says:

      Come le ho detto lo scrissi tempo fa per altri motivi, ma ho visto che vi erano molte analogie con diversi punti di questo articolo e mi è sembrato attinente 🙂

      • Infatti vi è attinenza, e dunque era giusto accettare il Commento. Quindi non è un “ghiribizzo” più o meno bizzoso, ma semplicemente accettare un Commento attinente a “certi” temi.

        Tra l’altro, un refuso: qui sopra ho scritto “interessnate” per “interessante”, i soliti errori di battitura, difussissimi sul web, a causa del fatto che si scrive tropo spesso troppo rapidamente.

  3. andrea says:

    Versissimo… ehm verissimo!

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